FESTIVAL_DELLA_VALLE_D'ITRIA_2017

M° Fasolis with S. Prina, L. Cirillo and R. Novaro in a new Vivaldi’s Orlando!

12/07/2017

Diego Fasolis will be conducting the new production of Vivaldi’s Orlando Furioso with Sonia Prina, Lucia Cirillo and Riccardo Novaro in the new production of the Valle d’Itria International Festival staged by Fabio Ceresa!

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FESTIVAL DELLA VALLE D'ITRIA ORLANDO FURIOSO

Luogo : Palazzo Ducale – Martina Franca
Autore : Antonio VivaldiDramma per musica in tre attiLibretto di Grazio Braccioli

Edizione Ricordi in collaborazione con l’Istituto Italiano A. Vivaldi, Fondazione G. Cini, Venezia

Orlando SONIA PRINA
Angelica MICHELA ANTENUCCI
Alcina LUCIA CIRILLO
Bradamante LORIANA CASTELLANO
Medoro KONSTANTIN DERRI
Ruggiero LUIGI SCHIFANO
Astolfo RICCARDO NOVARO

Fattoria Vittadini
Mattia Agatiello, Vittorio Ancona, Erica Meucci, Alec McCabe, Sebastiano Geronimo, Giacomo Goina, Francesca Siracusa, Loredana Tarnovschi, Cecilia Tragni

Coreografie di Riccardo Olivier

Maestro concertatore al cembalo e direttore d’orchestra DIEGO FASOLIS
Regia FABIO CERESA

Scene MASSIMO CHECCHETTO
Costumi GIUSEPPE PALELLA
Lighting designer GIUSEPPE CALABRÒ

Nel coro
Elena Tereshchenko, Alessandra Della Croce, Cristina Fanelli, soprani
Antonia Fino, Sofia Tumanyan, Rossella Giacchero, mezzosoprani
Domenico Pellicola, Nico Franchini, tenori
Laurence Meikle, Dielli Hoxha, Massimiliano Guerrieri, bassi
Maestro preparatore Fedinando Sulla

Fasolis
Diego Fasolis

I Barocchisti

Maestro al cembalo e assistente del direttore d’orchestra Andrea Marchiol
Maestro di sala e al cembalo Ettore Papadia
Maestri di palcoscenico Carmine Chiarelli, Giulia Palmisani
Maestro alle luci Valeria Zaurino
Assistente alla regia Mattia Agatiello
Assistente alle scene Laura Venturini

Scenografia e costumi Laboratorio scenotecnico Fondazione Teatro La Fenice di Venezia
Attrezzeria Laboratori Festival della Valle d’Itria

Nuovo allestimento del Festival della Valle d’Itria in coproduzione con la Fondazione Teatro La Fenice di Venezia

NOTE DI REGIA
…Ve’ come van per queste piagge e quelle con scintille scherzando ardenti e chiare, volte in pesci le stelle, i pesci in stelle… (G.B. Marino, Tranquillità notturna, 1614)

Sonia Prina@Javier Teatro Real

Sonia Prina@Javier Teatro Real

Non esiste un’opera settecentesca che riassuma in sé tutta la poetica della meraviglia barocca meglio dell’Orlando furioso. Isole fatate, animali volanti, donne guerriere, cavalieri invincibili; e ancora maghe crudeli, ltri d’amore, urne magiche, grotte segrete: non manca nulla nel caleidoscopico libretto di Grazio Braccioli. Condensare in tre atti soltanto l’inesauribile miniera di trame del poema di Ludovico Ariosto non dev’essere stata un’impresa facile. L’episodio della maga Alcina, che nel Furioso occupa appena due canti (il sesto e il settimo) viene dilatato dal librettista in un’arcata che abbraccia tre ore di musica, e che comprende personaggi e sottotrame di altri canti: la fuga di Angelica e il suo amore per Medoro, la parabola di Astolfo, le relazioni complicate di Ruggiero e Bradamante, la follia e il rinsavimento di Orlando.
La reggia dei piaceri di Alcina, d’altro canto, era un luogo troppo affascinante per non farne lo sfondo ideale alle peripezie dei nostri personaggi. Da Circe e Calipso no ad Ersilla e Armida, il topos della maga che incanta i cavalieri erranti e li lega a sé con un guinzaglio d’amore ha ispirato poeti, artisti e musicisti per più di due millenni. Né la maga dimentica di ricordarci di quale pasta sia fatta: “se avessi un solo amante / fra le donne sarei donna volgare” commenta soddisfatta prima dell’arrivo di Ruggiero. La sua sensualità prepotente, esuberante, l’insaziabile fame di passione ne fa l’archetipo della grande madre. Il suo trono e quello su cui siede Venere nell’Olimpo sono fabbricati con lo stesso metallo. Così i malcapitati che le capitano a tiro vengono sedotti da una brama di sicità che non trova fine: al loro collo, siano uomini o donne, viene apposto un collare che ne segna il possesso esclusivo, l’appartenenza al mondo magico di Alcina. Nella sua corte dorata e decadente vivono giovani schiavi d’amore sempre pronti a soddisfare ogni sua voglia, quasi fossero estensioni fisiche della sua incontenibile fame. La passionalità della maga è tanto più interessante se confrontata al personaggio di Orlando. Oscuro cavaliere citato attorno al 1100 nella Chanson de Roland, il paladino di Carlo Magno si è fatto largo nella tradizione italiana che, oltre ad averne stabilito i natali ad Imola, l’ha trasformato nel personaggio di gran lunga più apprezzato della letteratura del tempo. Specificandone, oltretutto, il carattere.

Lucia Cirillo_foto FSqueglia_5710Da figura austeramente esemplare, Orlando viene reso via via un vero fanatico della castità: nello Pseudo-Turpino si sottolinea come non abbia mai avvicinato una donna, nemmeno sua moglie. Puro come un cavaliere templare o un samurai, Orlando è del tutto insensibile al richiamo della passione. Campione di raziocinio e riflessività, è un guerriero galante che salva le fanciulle dai draghi senza chiedere in cambio nemmeno un bacio. Da un lato, quindi, la sfrenata pansessualità di Alcina: al lato opposto, l’impenetrabile castità di Orlando, al cui collo la maga non riuscirà a chiudere il collare per legarlo a sé. È questa la direzione in cui abbiamo voluto spingerci nel tratteggiare Orlando: un personaggio dalla fisicità scomoda e imbarazzata, che non ama contatti fisici né tantomeno scambi di effusioni, neppure dalla propria cugina Bradamante o addirittura dalla bellissima Angelica, di cui pure è innamorato.
Alcina e Orlando si trovano ai lati opposti di uno stesso tratto narrativo. Da un lato la sfrenatezza animale della maga; dall’altro la vergine umanità del paladino. Entrambi nel corso dell’opera vivono un’evoluzione uguale e contraria. Alcina, innamorata di Ruggiero, scoprirà in sé un’anima che cerca l’amore esclusivo e che vive nella ricerca della tenerezza (pensiamo all’aria Così potessi anch’io). Orlando, di contro, nella sua follia perde ogni freno inibitore, scoprendo in sé una furia che inghiotte ogni cosa. La novità del Boiardo, con il suo Orlando innamorato, fu appunto questa: presentare l’insindacabile superuomo vittima finalmente delle tentazioni amorose. Ariosto si spinge oltre: la continenza sessuale, elevata a completa padronanza di sé, verrà dispersa nella follia amorosa. Quando la lucidità di Orlando trasmigra alle stelle, al suo posto troviamo un uomo tornato allo stato di natura, una belva feroce che sradica le querce. Né termina qui il parallelismo tra Alcina e Orlando. La trasformazione di entrambi nasce dal tentativo, frustrato, di dividere una coppia. Le vittime dei trabocchetti di Alcina sono Ruggiero e Bradamante. Destinati ad unirsi in matrimonio e diventare capositipiti della casa d’Este, in Ariosto si perdono e si rincorrono lungo tutto il poema. Non diversamente nella nostra opera: tra incontri, scontri, litigi e riappaci cazioni, il loro frenetico amore sembra accendersi al fuoco di un continuo confronto. A Bradamante, la donna guerriera, il libretto riserva un’accezione tutta positiva. La sua presenza in scena è sempre fonte di energia vitale e carismatica passione. Il bel Ruggiero, di contro, si abbandona a contemplazioni estatiche dell’universo. La sua personalità vola nell’alto del cielo sulle ali di un ippogrifo: la bellezza delle sue arie (pensiamo a Sol per te mio dolce amore) non appartiene a questo mondo. L’altra coppia del nostro intreccio, quella che metterà a dura prova il senno di Orlando, è composta invece da Angelica e Medoro. In mezzo a tanti nobili cavalieri e paladini del Re, Medoro non è che un misero soldato semplice della fanteria saracena, peraltro poco più che adolescente. Forse proprio per questo Angelica, la bellissima principessa orientale che fa perdere la testa a tanti conti e duchi, finisce per innamorarsi proprio di uno spiantato. Lei che ai suoi piedi ha gli imperatori si incapriccia di un fragile ragazzino imberbe. Oggi lo definiremmo “animo da crocerossina”: ma tant’è, il rapporto tra i due ricorda più quello tra una madre iperprotettiva ed un bambino bisognoso di costanti attenzioni. In questa giostra di personaggi ne rimane all’appello soltanto uno. Una scheggia impazzita che passa da una fazione all’altra, ma dialogando con tutte. Astolfo, che è inizialmente innamorato di Alcina per poi liberarsi dalla catena che lo lega a lei, recupera sulla luna il senno di Orlando e sconfigge per sempre il potere della maga. È lui il vero motore del testo. Vive circondato dal meraviglioso e si avvale di oggetti magici e cavalli alati: ma senza perdere un ette del suo carattere così genuinamente umano. In questo gioco teatrale di scambi, equivoci, agnizioni, ritrovamenti e metamorfosi, i costumi non possono non giocare un ruolo fondamentale nella narrazione della storia. La fantasmagoria di luce immaginata da Giuseppe Palella, l’incessante spogliarsi e rivestirsi di vestiti e armature, è un elemento fondamentale della concezione drammaturgica del testo, e quello che richiama più da vicino il turbinio di colori che ritroviamo in Ariosto.
R. Novaro PortraitNon è da meno la scenografia. Massimo Checchetto ha disegnato uno spazio dove si incontrano le altezze del cielo più vertiginose ed i più profondi abissi dell’oceano. Come nella metafora barocca di Giambattista Marino, ci troviamo in un mondo dove il cielo e il mare si baciano e si confondono: specchiandosi l’uno nell’altro, le stelle diventano pesci e i pesci stelle. La luna che ci guarda da lassù, proprio là dove Orlando perde il senno, non è che il riflesso della conchiglia marina dove Alcina ha stabilito la sua reggia. Su questo ponte gettato tra mare e cielo si incontrano le fantasie rinascimentali e i ghirigori barocchi. Dall’ippogrifo, il cavallo alato dalla testa aquilina che sarà l’ottavo personaggio del nostro racconto. Da Merlino, il potente mago del ciclo bretone, qui prestato al carolingio per farne l’incarnazione di un universo maschile che si contrappone alla femminilità di Alcina. Su su fino ad arrivare all’invincibile guerriero Aronte, e persino ad un archibugio, buffo anacronismo nel medioevo di Carlo Magno, descritto con dovizia di particolari da Ariosto nel nono canto.
Tutto è permesso nell’Orlando furioso perché, come ci ricorda Calvino, “è un mondo tutto fatto di metafore”. Sta a noi spettatori trovare la nostra: insieme ai personaggi dell’opera, possiamo anche noi gettare una rete in mare, nella speranza di pescare una stella.

venerdì, 14 luglio 2017, 21:00

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